
Cultura, Eventi e Spettacolo
Le emozioni di Maria Patruno per la sua storia nel docufilm "Fratelli di culla"
Attualmente è in concorso nella sezione cinema italiano della rassegna Bif&st 2025
Molfetta - mercoledì 26 marzo 2025
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Maria Patruno, la molfettese che racconta una vicenda barese che ha suscitato l'interesse di un grande regista, Alessandro Piva, che ha deciso di trasformarla in un docufilm, selezionato ed in concorso nella sezione cinema italiano della rassegna Bif&st2025 che si sta svolgendo a Bari in questi giorni.
«È stata un'emozione immensa e indescrivibile poter raccontare la mia storia e lavorare con il regista Alessandro Piva, una persona dal cuore grande e sensibile», racconta Maria. «Il mio coinvolgimento nel progetto è nato dal desiderio di testimoniare il mio percorso di vita, che ha avuto inizio al Brefotrofio di via Amendola a Bari, dove sono stata accolta da neonata».
Maria Patruno è nata in un contesto difficile. «Personalmente, di quell'istituto non ricordo nulla. Ero appena nata quando l'ostetrica che assistette mia madre biologica in una clinica privata mi consegnò alle suore che accoglievano i bambini rifiutati alla nascita. Sono stata adottata quando avevo sette mesi, e la mia vita da quel momento è proseguita come quella di ogni bambino che cresce in una famiglia regolare. Sono stata voluta e amata dai miei genitori adottivi, Lazzaro e Filomena».
La sua decisione di partecipare al progetto è nata dal bisogno di comprendere meglio la sua origine e il contesto in cui è cresciuta. «Ho voluto ricercare e trovare mia madre biologica, e sono riuscita a comprendere le sue motivazioni nel dovermi lasciare andare. Questo percorso mi ha dato una nuova consapevolezza del mio passato e delle ragioni che hanno portato tante persone a prendere decisioni difficili».
Nel raccontare la sua esperienza, Maria ha anche scoperto aspetti dell'istituto che non conosceva. «Dal docufilm ho appreso dettagli sulla gestione delle cure dei neonati e dei bambini più grandicelli. Ho riscoperto pezzi di un passato che ho vissuto, seppur per pochi mesi, grazie ai racconti delle educatrici, balie e infermiere che si prendevano cura di noi, dai nostri primi giorni fino all'adozione».
Il Brefotrofio di Bari, che ha ospitato Maria e molti altri bambini, è stato il più grande e meglio attrezzato del Sud Italia. «Nel racconto del docufilm, il regista ha saputo intrecciare le storie personali con la realtà di quella struttura. Ha messo in luce le difficoltà vissute da tante giovani donne, ragazze cacciate di casa per la vergogna di una gravidanza non voluta e non attesa. Un aspetto che spesso viene ignorato, ma che ha segnato profondamente la vita di molte di noi».
Maria conclude parlando del valore di questa testimonianza: «Questa è una parte importante della storia locale, che ha segnato la vita di tanti neonati, oggi uomini e donne. Sono felice di aver potuto condividere la mia esperienza e di aver contribuito a raccontare la realtà di quei tempi». Un capitolo della storia che, purtroppo, è stato vissuto da tante persone e che merita di essere ricordato e compreso.
«È stata un'emozione immensa e indescrivibile poter raccontare la mia storia e lavorare con il regista Alessandro Piva, una persona dal cuore grande e sensibile», racconta Maria. «Il mio coinvolgimento nel progetto è nato dal desiderio di testimoniare il mio percorso di vita, che ha avuto inizio al Brefotrofio di via Amendola a Bari, dove sono stata accolta da neonata».
Maria Patruno è nata in un contesto difficile. «Personalmente, di quell'istituto non ricordo nulla. Ero appena nata quando l'ostetrica che assistette mia madre biologica in una clinica privata mi consegnò alle suore che accoglievano i bambini rifiutati alla nascita. Sono stata adottata quando avevo sette mesi, e la mia vita da quel momento è proseguita come quella di ogni bambino che cresce in una famiglia regolare. Sono stata voluta e amata dai miei genitori adottivi, Lazzaro e Filomena».
La sua decisione di partecipare al progetto è nata dal bisogno di comprendere meglio la sua origine e il contesto in cui è cresciuta. «Ho voluto ricercare e trovare mia madre biologica, e sono riuscita a comprendere le sue motivazioni nel dovermi lasciare andare. Questo percorso mi ha dato una nuova consapevolezza del mio passato e delle ragioni che hanno portato tante persone a prendere decisioni difficili».
Nel raccontare la sua esperienza, Maria ha anche scoperto aspetti dell'istituto che non conosceva. «Dal docufilm ho appreso dettagli sulla gestione delle cure dei neonati e dei bambini più grandicelli. Ho riscoperto pezzi di un passato che ho vissuto, seppur per pochi mesi, grazie ai racconti delle educatrici, balie e infermiere che si prendevano cura di noi, dai nostri primi giorni fino all'adozione».
Il Brefotrofio di Bari, che ha ospitato Maria e molti altri bambini, è stato il più grande e meglio attrezzato del Sud Italia. «Nel racconto del docufilm, il regista ha saputo intrecciare le storie personali con la realtà di quella struttura. Ha messo in luce le difficoltà vissute da tante giovani donne, ragazze cacciate di casa per la vergogna di una gravidanza non voluta e non attesa. Un aspetto che spesso viene ignorato, ma che ha segnato profondamente la vita di molte di noi».
Maria conclude parlando del valore di questa testimonianza: «Questa è una parte importante della storia locale, che ha segnato la vita di tanti neonati, oggi uomini e donne. Sono felice di aver potuto condividere la mia esperienza e di aver contribuito a raccontare la realtà di quei tempi». Un capitolo della storia che, purtroppo, è stato vissuto da tante persone e che merita di essere ricordato e compreso.